Jorge Luis
Borges
“Dall’intimità”
A cura di
Francesco Tentori Montalto
Passagli
Poesia
1991
106 pag.
Le parole di Borges, pronunciate sottovoce, ricordano
l’attenzione alle piccole cose dei poeti crepuscolari. In alcuni dei suoi
componimenti ho ritrovato la polverosa nostalgia di Gozzano. Per questo i suoi
versi mi sono piaciuti tanto.
Seppur non esplicitamente espresso, nelle sue parole emerge
sempre un guardarsi indietro, un ritorno doloroso, un prendere coscienza del
tempo che passa e di ciò che non è più. Ripete spesso la parola “oblio”, un
ossimoro in quanto ci dimostra di ricordare bene tante cose piccole e
insignificanti.
Dedicarsi alla lettura di queste poesie è immergersi in
luoghi lontani nel tempo, immutati e diversi allo stesso tempo, i quali in
alcuni casi non ci riconoscono più (il soggetto dello sguardo si
immedesima così tanto con l’oggetto che ne nasce una simbiosi e non è più il
poeta a non riconoscere il luogo, ma viceversa). Gozzano osserva e si lascia
trasportare in una tristezza che, leggendo, diventa la nostra: ognuno di noi ha
un luogo remoto a cui chissà se voglia tornare o meno, ma da dove non può star
lontano con l’immaginazione e il cuore. Borges invece è stupito dalla polvere,
non ricorda quella determinata luce, quegli angoli, come se ci fosse qualcosa
di lieve a guastare il ricordo, fosse anche solo un’atmosfera. O a cambiare è
lo sguardo stesso? Che impatto hanno su di noi, più che sui luoghi, gli anni
che sono trascorsi?
Il Ritorno
Trascorsi tutti gli anni dell’esilio
Sono tornato
alla casa dell’Infanzia,
ma ancora
siamo l’uno all’altra estranei.
Hanno
toccato le mie mani gli alberi
Come se
accarezzassi una persona
Cara nel
sonno,
ho rifatto i
sentieri di una volta come se a un tratto ricordassi un verso
e ho visto
mentre scendeva la sera
l’esile luna
nuova
cercare la
protezione dell’ombra
sotto la
palma delle alte foglie
come l’uccello
quella del suo nido.
Quanti cieli
vedrà questo cortile
Fra le sue
mura, quanti
Tramonti
faran profonda la via,
quante
fragili lune al primo quarto
daran la
loro dolcezza al giardino
prima che la
mia casa mi ravvisi
e io sia una
sua abitudine!
L’analfabeta
(La via del rifugio) Gozzano - estratto
Nascere vide
tutto ciò che nasce
in una casa,
in cinquant’anni. Sposi
novelli,
bimbi... I bimbi già corrosi
oggi dagli
anni, vide nelle fasce.
Passare vide
tutto ciò che passa
in una casa,
in cinquant’anni. I morti
tutti, egli
solo, con le braccia forti
compose
lacrimando nella cassa.
(…)
Biancheggia
tra le glicini leggiadre
l’umile casa
ove ritorno solo.
Il buon
custode parla: "O figliuolo,
come somigli
al padre di tuo padre!
(…)
Oh! il piccolo
giardino ormai distrutto
dalla
gramigna e dal navone folto...
Ascolto il
buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo
malinconico d’un frutto.
(…)
Nessun commento:
Posta un commento