Irène Nemirovsky
“L’orchessa – e altri racconti”
Ed. Adelphi, 2014
Racconti scritti fra il 1932 e il
1941
260 pagine
18 euro
Sono entrata in un salotto buono,
con i mobili lucidi, niente granelli di polvere, i divani immacolati, la cenere
di un sigaro riposava in un posacenere d’argento. Le buone maniere
contraddistinguevano i membri della famiglia, un pranzo domenicale e
sonnacchioso, bambini che gridavano sgridati dagli adulti, chiacchiere
sommesse, digestione lenta, sorrisi garbati. E dietro, il vuoto.
L’insoddisfazione profonda,
radicata nell’animo umano, aveva trovato perfetta dimora nell’esistenza
borghese, appesantita da un pranzo troppo ricco, ma era pur sempre domenica.
Questo è il palcoscenico nel
quale entriamo, non visti, sfogliando le pagine di questi racconti. Il mio
primo libro di Irène Nemirovsky. Nessuna aspettativa, se non curiosità per un
nome letto spesso, per un titolo promettente accompagnato dall’immagine di una
bella donna che in riva a un fiume ritocca il rossetto. Questi elementi mi
hanno condotta al livello successivo: leggere la quarta di copertina.
Promettente anch’essa: rapporti fra madri e figlie, difficili, “un destino di
rassegnazione e attesa che segna la vita di molte donne”. Curiosa della
condizione femminile, che mi è propria seppur mutata nel tempo, ho portato con
me allora dalla biblioteca questo libro e si è rivelato una lettura
incredibilmente veloce.
Amo il genere del racconto: credo
che uno scrittore debba essere particolarmente abile per cimentarsi con successo
in questa impresa, perché deve condensare un’idea attraverso i suoi tratti
essenziali, senza fronzoli, o solo con quelli giusti.
Irène ci racconta la vita di
donne sole: sole sotto le luci dello spettacolo, sole in famiglie che sono
state scelte per loro, sole nella vecchiaia, sole nell’universo dabbene
borghese dove ai mariti è concesso tutto, anche il tradimento, mentre a loro
non rimane che scavarsi un carattere duro, critico e tagliente, comunque
rispettabile. Perché dalla rispettabilità della donna dipende quella della sua
famiglia.
Irène racconta, poco prima
dell’arresto che l’avrebbe condotta ad Auschwitz ed alla morte prematura, anche
quando doveva restare nascosta: lo fa usando uno pseudonimo, facendo pagare e
consegnare i suoi scritti dalla balia delle sue figlie. Leggere questi racconti
è perciò ascoltare una voce disperata che qualcuno avrebbe voluto obbligare al silenzio.
Perché leggere parole di un’epoca
da noi, millenials, ormai lontana?
Per sbirciare sotto il tappeto
dei nostri nonni, dei quali noi siamo pur sempre figli, e riconoscerci, chissà,
in un sorriso forzato o in uno sbadiglio.

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