mercoledì 12 giugno 2019

"L'orchessa e altri racconti" di Irene Nemirovsky


Irène Nemirovsky
“L’orchessa – e altri racconti”
Ed. Adelphi, 2014
Racconti scritti fra il 1932 e il 1941

260 pagine
18 euro

Sono entrata in un salotto buono, con i mobili lucidi, niente granelli di polvere, i divani immacolati, la cenere di un sigaro riposava in un posacenere d’argento. Le buone maniere contraddistinguevano i membri della famiglia, un pranzo domenicale e sonnacchioso, bambini che gridavano sgridati dagli adulti, chiacchiere sommesse, digestione lenta, sorrisi garbati. E dietro, il vuoto.

L’insoddisfazione profonda, radicata nell’animo umano, aveva trovato perfetta dimora nell’esistenza borghese, appesantita da un pranzo troppo ricco, ma era pur sempre domenica.

Questo è il palcoscenico nel quale entriamo, non visti, sfogliando le pagine di questi racconti. Il mio primo libro di Irène Nemirovsky. Nessuna aspettativa, se non curiosità per un nome letto spesso, per un titolo promettente accompagnato dall’immagine di una bella donna che in riva a un fiume ritocca il rossetto. Questi elementi mi hanno condotta al livello successivo: leggere la quarta di copertina. Promettente anch’essa: rapporti fra madri e figlie, difficili, “un destino di rassegnazione e attesa che segna la vita di molte donne”. Curiosa della condizione femminile, che mi è propria seppur mutata nel tempo, ho portato con me allora dalla biblioteca questo libro e si è rivelato una lettura incredibilmente veloce.

Amo il genere del racconto: credo che uno scrittore debba essere particolarmente abile per cimentarsi con successo in questa impresa, perché deve condensare un’idea attraverso i suoi tratti essenziali, senza fronzoli, o solo con quelli giusti.

Irène ci racconta la vita di donne sole: sole sotto le luci dello spettacolo, sole in famiglie che sono state scelte per loro, sole nella vecchiaia, sole nell’universo dabbene borghese dove ai mariti è concesso tutto, anche il tradimento, mentre a loro non rimane che scavarsi un carattere duro, critico e tagliente, comunque rispettabile. Perché dalla rispettabilità della donna dipende quella della sua famiglia. 

Irène ci racconta i difficili mutamenti dei rapporti con i figli: da dipendenti, dolci, innamorati della propria madre a distanti, forzati, perduti dietro i propri affari e cordialmente scocciati dei doveri affettivi. Un ciclo che si ripete, e ripete, creando nella vecchiaia incolmabili solitudini a conclusione di una vita di rinunce e insoddisfazione.

Irène racconta, poco prima dell’arresto che l’avrebbe condotta ad Auschwitz ed alla morte prematura, anche quando doveva restare nascosta: lo fa usando uno pseudonimo, facendo pagare e consegnare i suoi scritti dalla balia delle sue figlie. Leggere questi racconti è perciò ascoltare una voce disperata che qualcuno avrebbe voluto obbligare al silenzio.

Perché leggere parole di un’epoca da noi, millenials, ormai lontana?
Per sbirciare sotto il tappeto dei nostri nonni, dei quali noi siamo pur sempre figli, e riconoscerci, chissà, in un sorriso forzato o in uno sbadiglio.

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