giovedì 20 giugno 2019

Borges e Gozzano


Jorge Luis Borges
“Dall’intimità”
A cura di Francesco Tentori Montalto
Passagli Poesia
1991
106 pag.

Le parole di Borges, pronunciate sottovoce, ricordano l’attenzione alle piccole cose dei poeti crepuscolari. In alcuni dei suoi componimenti ho ritrovato la polverosa nostalgia di Gozzano. Per questo i suoi versi mi sono piaciuti tanto. 

Seppur non esplicitamente espresso, nelle sue parole emerge sempre un guardarsi indietro, un ritorno doloroso, un prendere coscienza del tempo che passa e di ciò che non è più. Ripete spesso la parola “oblio”, un ossimoro in quanto ci dimostra di ricordare bene tante cose piccole e insignificanti.  

Confrontando i due poeti, trovo che Gozzano sia maggiormente musicale nella lingua e più evocativo. Borges, alle nostre orecchie, soffre a mio avviso il passaggio dalla lingua d’origine alla traduzione in italiano.

Dedicarsi alla lettura di queste poesie è immergersi in luoghi lontani nel tempo, immutati e diversi allo stesso tempo, i quali in alcuni casi non ci riconoscono più (il soggetto dello sguardo si immedesima così tanto con l’oggetto che ne nasce una simbiosi e non è più il poeta a non riconoscere il luogo, ma viceversa). Gozzano osserva e si lascia trasportare in una tristezza che, leggendo, diventa la nostra: ognuno di noi ha un luogo remoto a cui chissà se voglia tornare o meno, ma da dove non può star lontano con l’immaginazione e il cuore. Borges invece è stupito dalla polvere, non ricorda quella determinata luce, quegli angoli, come se ci fosse qualcosa di lieve a guastare il ricordo, fosse anche solo un’atmosfera. O a cambiare è lo sguardo stesso? Che impatto hanno su di noi, più che sui luoghi, gli anni che sono trascorsi?

Il Ritorno
Trascorsi tutti gli anni dell’esilio
Sono tornato alla casa dell’Infanzia,
ma ancora siamo l’uno all’altra estranei.
Hanno toccato le mie mani gli alberi
Come se accarezzassi una persona
Cara nel sonno,
ho rifatto i sentieri di una volta come se a un tratto ricordassi un verso
e ho visto mentre scendeva la sera
l’esile luna nuova
cercare la protezione dell’ombra
sotto la palma delle alte foglie
come l’uccello quella del suo nido.
Quanti cieli vedrà questo cortile
Fra le sue mura, quanti
Tramonti faran profonda la via,
quante fragili lune al primo quarto
daran la loro dolcezza al giardino
prima che la mia casa mi ravvisi
e io sia una sua abitudine!

L’analfabeta (La via del rifugio) Gozzano - estratto
Nascere vide tutto ciò che nasce
in una casa, in cinquant’anni. Sposi
novelli, bimbi... I bimbi già corrosi
oggi dagli anni, vide nelle fasce.

Passare vide tutto ciò che passa
in una casa, in cinquant’anni. I morti
tutti, egli solo, con le braccia forti
compose lacrimando nella cassa.
 (…)
Biancheggia tra le glicini leggiadre
l’umile casa ove ritorno solo.
Il buon custode parla: "O figliuolo,
come somigli al padre di tuo padre!
(…)
Oh! il piccolo giardino ormai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto...
Ascolto il buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d’un frutto.
(…)

mercoledì 12 giugno 2019

"L'orchessa e altri racconti" di Irene Nemirovsky


Irène Nemirovsky
“L’orchessa – e altri racconti”
Ed. Adelphi, 2014
Racconti scritti fra il 1932 e il 1941

260 pagine
18 euro

Sono entrata in un salotto buono, con i mobili lucidi, niente granelli di polvere, i divani immacolati, la cenere di un sigaro riposava in un posacenere d’argento. Le buone maniere contraddistinguevano i membri della famiglia, un pranzo domenicale e sonnacchioso, bambini che gridavano sgridati dagli adulti, chiacchiere sommesse, digestione lenta, sorrisi garbati. E dietro, il vuoto.

L’insoddisfazione profonda, radicata nell’animo umano, aveva trovato perfetta dimora nell’esistenza borghese, appesantita da un pranzo troppo ricco, ma era pur sempre domenica.

Questo è il palcoscenico nel quale entriamo, non visti, sfogliando le pagine di questi racconti. Il mio primo libro di Irène Nemirovsky. Nessuna aspettativa, se non curiosità per un nome letto spesso, per un titolo promettente accompagnato dall’immagine di una bella donna che in riva a un fiume ritocca il rossetto. Questi elementi mi hanno condotta al livello successivo: leggere la quarta di copertina. Promettente anch’essa: rapporti fra madri e figlie, difficili, “un destino di rassegnazione e attesa che segna la vita di molte donne”. Curiosa della condizione femminile, che mi è propria seppur mutata nel tempo, ho portato con me allora dalla biblioteca questo libro e si è rivelato una lettura incredibilmente veloce.

Amo il genere del racconto: credo che uno scrittore debba essere particolarmente abile per cimentarsi con successo in questa impresa, perché deve condensare un’idea attraverso i suoi tratti essenziali, senza fronzoli, o solo con quelli giusti.

Irène ci racconta la vita di donne sole: sole sotto le luci dello spettacolo, sole in famiglie che sono state scelte per loro, sole nella vecchiaia, sole nell’universo dabbene borghese dove ai mariti è concesso tutto, anche il tradimento, mentre a loro non rimane che scavarsi un carattere duro, critico e tagliente, comunque rispettabile. Perché dalla rispettabilità della donna dipende quella della sua famiglia. 

Irène ci racconta i difficili mutamenti dei rapporti con i figli: da dipendenti, dolci, innamorati della propria madre a distanti, forzati, perduti dietro i propri affari e cordialmente scocciati dei doveri affettivi. Un ciclo che si ripete, e ripete, creando nella vecchiaia incolmabili solitudini a conclusione di una vita di rinunce e insoddisfazione.

Irène racconta, poco prima dell’arresto che l’avrebbe condotta ad Auschwitz ed alla morte prematura, anche quando doveva restare nascosta: lo fa usando uno pseudonimo, facendo pagare e consegnare i suoi scritti dalla balia delle sue figlie. Leggere questi racconti è perciò ascoltare una voce disperata che qualcuno avrebbe voluto obbligare al silenzio.

Perché leggere parole di un’epoca da noi, millenials, ormai lontana?
Per sbirciare sotto il tappeto dei nostri nonni, dei quali noi siamo pur sempre figli, e riconoscerci, chissà, in un sorriso forzato o in uno sbadiglio.

giovedì 30 maggio 2019

Vi racconto una storia

C'era una volta... il bisogno di un ennesimo blog letterario?
No, sicuramente nessuno ne sentiva la mancanza.
Questo mi ha bloccata a lungo: proporre e curare un qualcosa di cui il web già abbonda. Straripano le parole, le opinioni, le recensioni, le pubblicazioni di tutti. Ma poi ho pensato che mancavano le Mie.
Credendo nell'unicità della persona e conseguentemente del suo pensiero, mi sono fatta coraggio e ho deciso che sì, di voci ce ne sono anche troppe, ma nessuna potrà essere uguale a un'altra, sempre che la bocca di chi parla sia collegata al cervello.
Perciò ho deciso di fare un regalo ai miei pensieri tormentosi e distratti: una pagina dove planare, calmi, e trovare il conforto del nero su bianco, seppur in digitale. La lucidità e la trasparenza che la parola scritta ha guadagnato su quella orale sin dai tempi dei Sumeri.
E di che parleremo?
Di libri, principlamente.
Opinioni, che spero col tempo diventeranno confronti.
Nella libreria della mia città, c'è un gruppo di libraie che indossa una maglietta con su scritto "Leggo per legittima difesa".
Che la cultura sia per noi arma, scudo e nido, sempre.
Grazie per il tempo che dedicate alle mie parole e ai miei pensieri. 
Raccontiamoci una storia.